VENEZIA OGGI

MEMORIE VENEZIANE DI GIOVENTU’

In questo momento il nostro Paese è messo in ginocchio. Costretti a rimanere rinchiusi nelle nostre case, cominciano a riaffiorare ricordi e nostalgia della propria città.

Non sono solito scrivere ma in questo momento è l’unico modo per ‘’rivivere’’ e far ‘’vivere’’ le nostre città e, raccontarle è il miglior modo per non dimenticarle. Grazie alla tecnologia e ai mezzi di comunicazione, oggigiorno le immagini di Venezia appaiono ai nostri occhi come dei dipinti senza cornici o colori. E la mia mente mi trasporta in epoche lontane immaginando pittori come il Canaletto o Vittore Carpaccio nati qualche anno più tardi. Considerati maggiori esponenti e testimoni della vita quotidiana durante la Serenissima, adesso si sentirebbero insoddisfatti e incompleti. Le proprie opere sono vere e proprie rappresentazioni della vita quotidiana veneziana: Piazza San Marco con le sue incessanti processioni religiose o proclamazioni, la ‘’Venezia Trionfante’’ (conosciuta in tutto il mondo come Caffè Florian) con i suoi tavolini occupati da nobili intenti a sorseggiare un buon caffè; il Ponte di Rialto, solitamente preso d’assalto da mercanti provenienti da ogni parte del mondo in cerca di fortuna, il bacino di San Marco con le eleganti gondole intente a solcare le dolci onde della laguna. Tutto questo al giorno d’oggi risulterebbe, semplicemente, surreale. Non possiedo tele o pennelli ma, nel mio piccolo, mi sento anch’io un ‘’piccolo artista’’. Ed è proprio nel momento in cui un mio ospite mi chiede: Michele, per te che sei nato e cresciuto qui, esistono le parole ‘’Pace e tranquillità’’? Potrei sbizzarrirmi con le classiche frasi che s’imparano tra i banchi di scuola o magari documentandosi in internet, ma quando rispondo lo faccio sempre con il cuore. La mia intera infanzia l’ho trascorsa in un piccolo campiello situato nel sestiere di Cannaregio precisamente nel Ramo Piave, a pochi metri dalla Chiesa della Madonna dell’Orto. Proprio qui, all’uscita della chiesa, le mie giornate erano scandite da chiacchierate con gli amici e, molte volte, anche da mia mamma, veneziana doc, che mi richiamava per tornare a casa. Per noi quella chiesa era solamente un ritrovo, ma crescendo ed avvicinandomi alla storia dell’arte, mi ritrovai a raccontare le curiosità e la storia a quei pochi turisti desiderosi di conoscere una realtà ben diversa dal caos quotidiano. L’imponente struttura in stile gotico fu costruita nel XIV secolo dalla congregazione dei frati Umiliati in onore di San Cristoforo (santo protettore dei marinai). Prima di assumere il vero ruolo di luogo di culto, la struttura aveva la funzione di faro che, nelle notti di burrasca, gli impavidi capitani trovavano sempre la via di ritorno. Allora ci si chiede il perché prese l’appellativo di ‘’Madonna dell’Orto’’. E qui, come in ogni luogo di Venezia, storia e leggenda si intersecano creando un risultato alquanto enigmatico. Lo scultore Giovanni de Santi, su commissione del parroco di Santa Maria Formosa, realizzò una statua raffigurante la Vergine Maria che, ritenuta opera inadeguata, fu rifiutata dal parroco e quindi, l’artista la sistemò provvisoriamente all’interno del suo orto. Leggenda volle che, durante una notte di luna piena, la statua cominciò ad emanare forti bagliori. Dopo aver preso parte al miracolo, la moglie dell’artista annunciò la notizia alla città e la chiesa diventò così meta di pellegrinaggio. Al giorno d’oggi viene visitata da migliaia di turisti per omaggiare il maestro Jacopo Robusti, comunemente conosciuto come il Tintoretto. Il maestro fu sepolto proprio qui e con lui anche la famiglia Contarini. Uscendo dal portale opera dell’artista Bartolomeo Bon, si intravede un ponte che ci permette di raggiungere un altro campo, conosciuto come “Campo dei Mori”. Il profumo del bucato steso, i gatti dolcemente addormentati sopra le vere da pozzo (i famosi coperchi dei pozzi veneziani), i colori accesi dei fiori esposti al sole, fanno del campo un altro punto cruciale per conoscere un’altra leggenda che ne determina il nome “dei Mori”. Proprio qui da bambini ci divertivamo a giocare a nascondino, cominciavamo a contare appoggiati ad una delle tre statue in pietra, tra le quali la mia preferita era quella con il naso in ferro. Si sa, come diciamo noi in dialetto’’ Tochemo Fero’’, è un buon auspicio per tempi migliori. La leggenda narra la vicenda di tre abili ma furbi mercanti proveniente dalla Morea. Si tratta dei tre fratelli, Sandi, Afani e Rioba che cercando di aggirare una povera e indifesa vecchia signora, vendendole della merce al triplo del suo valore, si ritrovarono pietrificati dalla maledizione della vecchietta che, in realtà, era una strega.

Michele Verna

 

ENGLISH VERSION

Our country is on its knees forced to remain locked up at home, where pictures of our cities are like our memories of the past flourish in our minds, bringing us back to childhood…

I’m not used to writing, but in these days it’s the only way to “relive” and “let live” our cities, telling them as a simple story is the best way not to forget them. Thanks to technology and means of communication, nowadays the images of Venice appear to our eyes as paintings without frames or colours and my mind transports me to distant times imagining painters like Canaletto or Vittore Carpaccio born a few years later. Considered major exponents and witnesses of everyday life during the Serenissima, they would now feel dissatisfied and incomplete. Their works are true representations of everyday life in Venice: St. Mark’s Square with its incessant religious processions or proclamations, the ”Triumphant Venice”. (known all over the world as Caffè Florian) with its tables occupied by nobles intent on sipping a good coffee; the Rialto Bridge, usually assaulted by merchants from all over the world in search of fortune, the basin of San Marco with its elegant gondolas intent on plowing the gentle waves of the lagoon. All this nowadays would be, simply, surreal. I have no canvases or brushes but, in my own small way, I feel like a ”little artist”. And it is at the very moment when a guest of mine asks me: Michele, for you who were born and raised here, do the words “Peace and tranquillity” exist? I could have fun with the classic phrases that you learn in school or maybe by reading on the internet, but when I answer I always do it with my heart. I spent my entire childhood in a small square located in the district of Cannaregio in the Piave Branch, a few meters from the Church of Madonna dell’Orto. Right here, at the exit of the church, my days were marked by chats with friends and, many times, also by my mother, Venetian doc, who called me back home. For us that church was just a meeting place, but growing up and getting closer to the history of art, I found myself telling the curiosities and the story to those few tourists eager to know a reality very different from the daily chaos. The imposing Gothic style structure was built in the 14th century by the Congregation of the Humiliated Friars in honour of St. Christopher (patron saint of sailors). Before assuming its true role as a place of worship, the structure had the function of a lighthouse which, on stormy nights, the fearless captains always found their way back. Then one wonders why it took the name of “Madonna dell’Orto”. And here, as in every place in Venice, history and legend intersect, creating a rather enigmatic result. The sculptor Giovanni de Santi, commissioned by the parish priest of Santa Maria Formosa, made a statue of the Virgin Mary which, considered an inadequate work, was rejected by the parish priest and therefore, the artist temporarily placed it inside his garden. Legend has it that, during a night of full moon, the statue began to emit strong flashes. After taking part in the miracle, the artist’s wife announced the news to the city and the church became a place of pilgrimage. Nowadays it is visited by thousands of tourists to pay homage to the master Jacopo Robusti, commonly known as Tintoretto. The master was buried right here and with him also the Contarini family. Leaving the portal by the artist Bartolomeo Bon, we can see a bridge that allows us to reach another camp, known as “Campo dei Mori”. The scent of the laundry lying down, the cats gently asleep above the real wells (the famous lids of the Venetian wells), the bright colours of the flowers exposed to the sun, make the field another crucial point to know another legend that determines its name “of the Moors”. Right here as children we used to have fun playing hide-and-seek, we started to count leaning against one of the three stone statues, among which my favourite was the one with the iron nose. You know, as we say in dialect” Tochemo Fero”, is a good omen for better times. The legend tells the story of three skilled but cunning merchants from the Morea. They are the three brothers, Sandi, Afani and Rioba who, trying to get around a poor and defenceless old lady, selling her merchandise at three times its value, found themselves petrified by the curse of the old woman who, in reality, was a witch.

Michele Verna

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